Si respira un forte senso d’inquietudine in “Space Between” una sensazione di stringente tensione emotiva. Antonio Figura mette in scena quest’orizzonte espressivo nel breve e nervoso inserto psichedelico di ventiquattro secondi che apre il disco, Incipit. Segue la title-track, un ottimo esempio del pensiero di Antonio Figura: poche note, struttura armonica essenziale di tipo modale, pulsazione ritmica serrata, suono asciutto del pianoforte (che fa sentire in tutti i suoi dettagli la meccanica dello strumento), prassi esecutiva basata su un interplay in perenne tensione. A dire il vero “Space Between” è un album che offre un vasto insieme stilistico. Figura ottiene questo risultato facendo intervenire l’altoista Rosario Giuliani in quatto brani e il cantante Cleveland Watkiss in due, alterando la cubatura timbrica della musica in scaletta, mettendo in risalto i groove ed un notevolissimo gusto improvvisativo al pianoforte (Speak Softly), sequenze ritmiche più articolate (White Shadows), temi lirici e un incedere per ostinati e pedali carichi di tensione (Cages) e vere e proprie canzoni cantate (Speak Softly, Baobab). Space Between potrebbe essere considerato un concept album per concezione e carattere.
(Luciano Vanni, Jazzit Magazine)
Strong Place New York Trio
Recommended by Musica Jazz Magazine - July 2011
Figura è un pianista con caratteristiche ben precise e una personalità definita, che in questo magnifico album ha modo di esprimersi compiutamente.
Anzi tutto, lavora per sottrazione e con un senso dello spazio da giardino zen, cioè con una marcata sottolineatura dei silenzi. In questo senso, il pianismo bop non pare avere lasciato che scarsissime tracce nel suo mondo estetico, dove semmai si riscontrano altre ascendenze: da Paul Bley, che è forse il riferimento più evidente, si va indietro fino a Bill Evans e, ancora più indietro, fino a Teddy Wilson.
Inoltre, il percorso solistico usa brandelli di frasi melodiche e contiene una forte propensione verso gli accordi a due mani; come in Buenos Aires 1952, forse l'unico brano dove il tema è più facilmente percepibile. Infatti, il denso fascino di questa musica sta proprio nella vaghezza della sua poesia, che è fatta di tenui tinte ed è rivolta a un'interiorità "spinta", con il ritmo appena sottinteso. Al disco il contrabbassista Vicente Archer ed il batterista Kendrick Scott danno un contributo più intenso di quanto possa sembrare di primo acchitto: con un pianista di questo temperamento, del resto, la discrezione era una inevitabile scelta estetica".
(Piacentino, Musica Jazz Magazine)